Stresa: le vicende di un centro turistico d'elite - Archivio storico Grand Hôtel des Iles Borromées - Stresa (VB)

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Stresa: le vicende di un centro turistico d'elite

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Stresa: le vicende di
un centro turistico d’élite

Non si può apprezzare un albergo illustre e di fama internazionale
come il Grand Hôtel et des Îles Borromées
senza conoscere le sue vicende, in simbiosi con quelle di Stresa


Infatti le vicende turistiche del Lago Maggiore rivivono anche attraverso gli alberghi che da Arona al confine con la Svizzera si specchiano nelle azzurre acque, testimoni privilegiati di un trascorso ricco di gloria: quello che il Lago Maggiore conobbe nella seconda metà dell'Ottocento, quando l'industria turistica (o del forestiero, com'era denominata), iniziò a muovere i suoi primi passi.



A quei tempi Stresa non era ancora conosciuta come la “Perla” del Verbano; lo diventerà soltanto dall’inizio del Novecento, quando si impose come la più prestigiosa località del Lago Maggiore, ma le sue vicende millenarie presero il via ufficialmente con un contratto di vendita stipulato il 15 gennaio 998, fra il vescovo di Tortona Liutefredo e Ottone marchese di Verona (con l'avvallo dell'imperatore Ottone III), per l'acquisto di alcune proprietà nel luogo denominato “Strixia”, una “striscia” di terra tra lago e montagna, solcata da innumerevoli torrentelli.

Le casupole erano poste a ridosso dei primi contrafforti del Mottarone, mentre nei pressi delle rive del lago, più soleggiate e pianeggianti (oggi costellate di ville e alberghi), prendevano posto prati, campi e qualche vigneto.



Questa situazione si protrasse sino quasi alla fine del XVIII secolo; infatti i visitatori superavano il lago Maggiore, da Arona sino al borgo elvetico di Locarno, lungo la sponda nord-occidentale del Verbano, soprattutto via lago o incamminandosi lungo una mulattiera medievale (la “strada romana”) situata a mezzacosta.

Lo storico rosminiano don Vincenzo De Vit, nel 1854 aveva scommesso sulle fortune turistiche della località, descrivendola come «dimessa in atti e umil sembianze», ma destinata a ricevere ben presto l'omaggio di tutte le altre «vaghe figlie del gentil Vergante».



Ricordiamo che il Vergante comprende tutta la striscia collinare che va da Feriolo ad Arona, incuneata tra la vetta del Mottarone – a 1491 metri s.l.m. - e il Lago Maggiore.

All’inizio del Quattrocento la porzione dell’abitato verso Belgirate e fino al corso del torrente Crèe, chiamata anche “mezza Stresa”, pervenne a un ramo della famiglia Visconti: i marchesi d’Aragona, feudatari di Castelletto Sopra Ticino.
Con diploma di investitura del 9 febbraio 1441, invece, il Duca Filippo Maria Visconti concesse a Vitaliano Borromeo, suo tesoriere, insieme ad altri feudi, anche Lesa e il Vergante: così il territorio di Stresa situato alla sinistra del Crèe, verso Baveno, divenne “Stresa Borromeo”.
 
Ludovico il Moro nel 1497 emanò un decreto che conferiva ai mercanti stresiani il privilegio di poter far transitare lungo il Ticino e le altre vie di comunicazione le merci esenti da dazio, raggiungendo Milano.

Verso la metà del secolo XVII, i due figli di Carlo III Borromeo – Renato II e Vitaliano VI (realizzatore dei giardini e del palazzo dell’Isola Bella) – intrapresero alcune trattative con il conte Antonio Maria Visconti per riunire sotto la loro signoria tutta la terra di Stresa mediante l’acquisto di “Stresa Visconti”. Da quel momento le vicende stresiane seguirono quelle delle terre del Ducato di Milano.  

Nel 1576-77 si manifestò la famigerata “Peste di San Carlo”, ricordata anche dal Manzoni nei “Promessi Sposi”.
In quell’occasione gli stresiani ricorsero al patrocinio dei santi Fabiano e Sebastiano, innalzando un oratorio nel luogo detto “degli Spasuti”, situato nei pressi di Villa Ducale, impegnandosi a celebrare ogni anno una festa solenne se fossero scampati al contagio; le vittime di quel terribile flagello non furono molte.



L'economia di quei secoli era prevalentemente agricola, se si eccettua la pesca: il territorio forniva granaglie e scarso vino; ma i mercanti milanesi acquistavano soprattutto molta legna e carbone, prelevandoli dalle soste, o magazzini, approntati sulla sponda del lago.

Posizionati lungo un’importante via di transito, gli abitanti impararono nel tempo a commerciare e a emigrare; le persone più risolute non ritornarono a casa a mani vuote. Ad esempio, la famiglia Bolongaro fece fortuna in Olanda e in Germania grazie a una particolare lavorazione del tabacco.
Giacomo Filippo Bolongaro, rientrato in patria nel 1771, edificò infatti una imponente residenza con annesso giardino e fu largamente benefico verso il paese natale. La vedova, Anna Maria, dama influente e facoltosa ma anche caritatevole, pose la prima pietra della nuova parrocchiale, eretta presso la riva del lago. Anche la nipote di Giacomo Filippo, Anna Maria Simonetta Borgnis, spentasi senza eredi nel 1848, fu pia e munifica tanto da essere chiamata a sua volta “madama Bolongaro”, come la nonna, o “la santa di Stresa”.


Nel 1801 si verificò un evento di straordinaria importanza per il Lago Maggiore e Stresa: l’inizio dei lavori per la Regia Strada del Sempione per volere di Napoleone Bonaparte, che il 7 settembre 1800, dopo la vittoria di Marengo, in un decreto aveva specificato che «la strada da Briga a Domodossola sarà transitabile ai cannoni (…). Il generale di divisione Turreau è particolarmente responsabile di tutte le misure straordinarie necessarie per iniziare i lavori. Due brigate di ingegneri francesi esperti in ponti e strade (...) saranno messe sotto i suoi ordini».

Questa arteria di comunicazione, «sempre larga otto metri», scriveva Goffredo Casalis nel suo Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, che «forse non ha eguali in Europa, venne iniziata nel 1801 sotto la direzione dell’ingegner Giannella per il tratto italiano e dell’ingegner Céard per il tratto francese. Costeggia per 23 chilometri una parte del lago Maggiore, da Arona a Feriolo, poi si dirige verso la val d’Ossola per congiungersi con il tratto francese».



L’opera colossale si concluse cinque anni più tardi: il 9 ottobre 1805 venne effettuato il viaggio inaugurale. Era la più moderna e maestosa strada panoramica tracciata attraverso le Alpi, per congiungere Nord e Sud Europa. E passava per Stresa.
Si trattò, per la zona, di un evento di eccezionale rilevanza, tale da trasformare totalmente l’ambiente, l’economia, la società.  
Il Grand Tour, che dal Cinquecento portava in Italia le menti più brillanti per un apprendistato artistico e culturale, trovò una via rapida e suggestiva che, dopo le Gole di Gondo e la Val d'Ossola, schiudeva allo sguardo le luci e i colori del “ridente Sud” e del lago. Le Isole Borromeo, erano ormai alla portata dei primi turisti. L'apertura del Sempione incrementò infatti l'afflusso di visitatori stranieri da ogni parte del Continente Europeo.

E il Palazzo Bolongaro aprì le sue porte per ospitare tutti i viaggiatori che decidevano di sostare a Stresa.
In questa casa, il 18 febbraio 1828, trovò ospitalità anche un giovane sacerdote, in viaggio da Milano a Domodossola: si chiamava Antonio Serbati Rosmini e aveva 31 anni.

Il Lago Maggiore, a quel tempo, divideva e opponeva un Piemonte percorso da fremiti insurrezionali al Lombardo Veneto del generale Radetzky, l’odiato nemico dei patrioti milanesi.

Alterne vicende risorgimentali portarono su questa più ospitale sponda i maggiori esponenti della nobiltà lombarda. Ed è in questo periodo di grandi attese e speranze che si pone l’evento più pregnante dell'Ottocento lacustre: l’incontro tra il Rosmini e Alessandro Manzoni.

Madama Bolongaro aveva efficacemente operato per il trasferimento dell’ormai abate da Domodossola a Stresa, donandogli la sua tenuta “ai Ronchi” – il Colle di Stresa – per costruirvi il Collegio che da lui prese il nome, allora Noviziato dell’Istituto della Carità.



Dopo la morte della sua benefattrice il Rosmini, reduce da sfortunate vicende romane (la benevolenza dimostratagli da Pio IX fece sollevare in Vaticano una sorta di “partito antirosminiano” che osteggiava l'abate per la modernità delle sue idee, al punto di far mettere all'Indice alcune sue opere), scelse Stresa come sua dimora definitiva e prese ad alloggiare nella villa.

Alessandro Manzoni, che soggiornava a Lesa in Villa Stampa, la residenza della sua seconda moglie, ebbe così possibilità di incontrare frequentemente il Rosmini, nel corso di interminabili passeggiate lungo la sponda del lago e nel parco di Villa Bolongaro. Ne scaturirono elevate conversazioni che lo statista e letterato napoletano Ruggero Bonghi (che portò le prime regate sul lago) annotava minuziosamente e riportò poi nel volume “Le Stresiane”.

Il filosofo roveretano trascorse qui gli ultimi cinque anni della sua esistenza e in una di queste stanze, il cui arredo è ancora conservato, cessava di vivere il I° luglio del 1855.
Successivamente, il palazzo a lago dove aveva dimorato Rosmini, venne acquistato dalla principessa Elisabetta di Sassonia, vedova del Duca Ferdinando di Genova e madre della futura regina Margherita, che ne fece un esilio dorato nel quale conservare gelosamente le memorie rosminiane, ma anche per accogliere le continue visite da parte di sovrani, dame e gentiluomini d'ogni nazione.
Fu così che Stresa, da piccolo paese abitato principalmente da pescatori (la pesca è sempre stata vitale per le popolazioni del lago, pur dovendo sottostare ad antichi diritti feudali, detenuti dai Borromeo o dai Moriggia) e con una economia agreste – basata sulla coltivazione di vigneti e sull’allevamento del baco da seta, la fabbricazione di candele, la produzione di miele, l’allevamento di bestiame sulle pendici del Mottarone – iniziò a svilupparsi e progredire.

Ogni venerdì mattina al mercato, situato sul lungolago, convenivano i valligiani del Mergozzolo (antica denominazione del Mottarone) e del Vergante per barattare i prodotti della montagna (latticini, formaggi, pollame, lavori in canapa e in legno, ortaggi); insieme a cappellai, commercianti in stoffe, venditori di granaglie e riso, arrotini e stagnai, saltimbanchi, suonatori ambulanti, commercianti di legna da ardere.

E da Stresa partirono innumerevoli emigranti, muratori, ombrellai, cuochi, camerieri, decoratori.
Iniziavano anche a vedersi i primi “signori”, che qui villeggiavano, ritemprandosi dalle fatiche e dallo stress cittadino.
Nel 1812 Stresa e il Vergante, unificati precedentemente dalla Francia, erano entrati a far parte del Regno d’Italia. Il ritorno degli austriaci, nel 1814, e il Trattato di Vienna del 1815 ripristinarono le antiche divisioni territoriali e Stresa, con il Vergante, separati dal soppresso Regno d’Italia, tornarono a far parte del Piemonte che estendeva i suoi confini sino al Ticino.
Il re non era più Carlo Emanuele I (aveva abdicato nel 1802) ma il fratello, Vittorio Emanuele I.

Questi abolì i dipartimenti e divise il territorio in mandamenti: Pallanza divenne capoluogo di provincia, mentre Stresa venne aggregata al mandamento di Lesa sino al 23 ottobre 1859, quando Pallanza venne assorbita dalla provincia di Novara (la suddivisione mandamentale proseguì sino al 1923).

Scriveva nel 1850 Goffredo Casalis nel suo Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, alla voce “Stresa”, che fino al XV secolo il borgo era rimasto entro gli originari confini della collina e che l'espansione «verso le sponde del lago ebbe luogo gradatamente dopo quell'epoca, e dalla semplice ispezione de' fabbricati lungo la pubblica sponda del Sempione, si scorge che la più parte di essi sono di costruzione recente».
Proprio la realizzazione della litoranea del Sempione, terminata nel 1807, segnò la fortuna della cittadina.



Fino a quel momento, la sponda nordoccidentale del Verbano era un luogo difficilmente raggiungibile: i paesi in riva al lago, infatti, erano costretti a un isolamento forzato a causa dei precari collegamenti stradali e lacustri. Le imbarcazioni alzavano vele latine e dovevano attendere, per navigare, il vento a favore, condizione non sempre presente.  

In questa situazione di vie di comunicazione precarie Stresa era quindi, come molti altri paesi della zona, un borgo di poche case, con un'economia autonoma, con gli abitanti impegnati in attività lavorative che andavano dall'agricoltura di sostentamento, limitata a piccoli appezzamenti di terra, alla pesca (nel 1850 erano sette i battelli della flotta da pesca stresiana) e a un artigianato votato non tanto alla commercializzazione dei prodotti, quanto all'autosufficienza.
 
Nel 1814 Carlo Amoretti, nel suo Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como, e nei monti che li circondano, di Stresa annotava soltanto che «è nota ai viaggiatori per la villa Bolongari [Bolongaro - ndr] ».  



Chi giungeva a Stresa non poteva evitare di rimanere incantato da un paesaggio che ancora oggi, grazie all'invidiabile posizione geografica, resta sicuramente il più affascinante di tutto il lago Maggiore. Il panorama che si gode spazia dalla punta della Castagnola di Pallanza fino al golfo di Laveno, a cui fa da corona l'imponente profilo del Sasso del Ferro. Al centro le isole Borromee, piccoli gioielli, appaiono tra le onde.
La cinquecentesca villa dell'isola Madre con giardino, voluta da Lancellotto Borromeo, e sull'isola Bella il palazzo secentesco con maestoso giardino a terrazze digradanti sono ancora oggi il vanto della zona e un caso unico nella storia dell'architettura italiana. L'idea di Carlo III Borromeo era di trasformare l'isola Bella in «un fantastico vascello fiorito, fermo sulle acque del lago». In lontananza si riconoscono le montagne dell'Ossola e la catena alpina.  

Con l'apertura della Regia strada del Sempione giunsero i primi viaggiatori stranieri, mentre nel maggio del 1826 il “Verbano”, primo piroscafo a vapore, iniziò a solcare le acque del Verbano, collegando Magadino con Sesto Calende, ospitando anche l'ufficio postale a bordo, mettendo in comunicazione la Svizzera, l'Austria e il Regno dì Sardegna celermente; da Arona i passeggeri raggiungevano Locarno in sei ore, mentre con la navigazione a vela a volte occorrevano ben sei giorni!
Il "Verbano" serviva i paesi del lago, ma doveva sostare al largo e scaricare merci e passeggeri sulle imbarcazioni dei barcaioli, perché non esistevano ancora gli imbarcadero. Questo contribuì però a vivacizzare l'economia e il commercio della zona e a far fiorire le prime attività industriali, costituendo un ulteriore fattore di crescita e sviluppo turistico del lago.  



Ancora nel 1850 la flotta peschereccia degli stresiani non superava le sette barche e per acquistare il pane bisognava remare di buona lena sino a Pallanza.

Nel 1855 la linea ferroviaria da Torino e Genova arrivò finalmente sino al lago, ad Arona, congiungendosi con la strada del Sempione. Stresa iniziava a uscire dal suo isolamento e chi vi arrivava o vi passava aveva modo di scoprire e di godere delle sue bellezze paesaggistiche e del suo clima salubre. Come abbiamo visto, nel 1857 la duchessa di Genova acquistò la settecentesca villa Bolongaro: dei soggiorni stresiani anche la piccola figlia Margherita, futura regina d'Italia, avrebbe sempre serbato il ricordo.  

Queste nobili frequentazioni stridevano ancora con le fotografie del lungolago stresiano nella seconda metà dell’Ottocento, immagini che ritraevano soltanto barche, reti da pesca, panni stesi al sole e il muraglione del vecchio porto.



La realizzazione delle prime opere pubbliche stresiane risale, infatti, al 1859 quando venne edificato il primo Imbarcadero di Stresa, in sostituzione di un approdo situato a un centinaio di metri dall’attuale. Così, fino al 1860 il battello ignorò Stresa, transitando al largo, ma fermandosi alle Isole Borromee. Da maggio a ottobre, in particolare, i natanti si fermavano all'isola Bella.  

Nel 1888 i passeggeri dei piroscafi potevano finalmente acquistare i biglietti in un apposito chiosco situato sotto a una pensilina e far registrare la merce in partenza e in arrivo, depositandola al riparo dalle intemperie. Da qui i colli raggiungevano Arona, proseguendo poi in ferrovia verso la pianura lombarda.  

Nel 1889, per favorire il carico e lo scarico delle merci dai carri, si ampliò per la prima volta la piazza fra l’Imbarcadero e il torrente Crèe. Il 6 ottobre 1901, su progetto del geometra Prini, iniziarono i lavori per l’ampliamento dello stabile dell'Imbarcadero, terminati nel 1904.

Nei primi anni del nuovo secolo venne realizzato, nelle vicinanze del “porto vecchio”, un porticciolo definito “della Duchessa”, in quanto adibito al ricovero della sua imbarcazione. Lentamente andava iniziando, da parte della nobiltà e dei rappresentanti della nascente borghesia, soprattutto milanese, la costruzione di innumerevoli ville.

Lo sviluppo dei trasporti propugnato dalla società industriale fornì al turismo la chiave di volta per incrementare la clientela: la borghesia era inoltre ansiosa di scoprire il mondo e di mettersi in mostra.  
Il grande albergo diventò così  la soluzione e un ottimo investimento; questo stimolò l’imprenditorialità di personaggi poi diventati celebri, come lo svizzero César Ritz, che da cameriere, in pochi decenni, divenne il più importante albergatore europeo, con Hôtel a Lucerna, Londra, Parigi e rappresentanze negli Excelsior sparsi per l’Italia.



Il periodo d'oro dei grandi alberghi prende il via con il XIX secolo e si protrae almeno fino alla prima Guerra Mondiale.  
Francia, Inghilterra, Svizzera e Germania gareggiano per dotare le grandi città e le nascenti stazioni climatiche di alberghi sempre più grandi e dotati di attrezzature di ogni genere.  

Sino alla “Belle Epoque”, vennero edificati alcuni tra i più importanti alberghi d’Europa: il Negresco a Nizza (8 gennaio 1913), l’Hôtel du Cap-Eden Roc di Cap d'Antibes (1870), il Badrutt’s Palace di St. Moritz (29 luglio 1896), il Quisisana di Capri (1861), il San Domenico di Taormina (1896), il Villa d’Este a Cernobbio (1873) e il Regina Palace a Stresa (1908).  
Ma non dimentichiamoci del “nostro” Borromées, che aveva visto la luce molto tempo prima...


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